DISTURBI D’ANSIA: Panico, Fobia Sociale, DOC, Ansia Generalizzata, Disturbo Post-Traumatico da Stress

DISTURBI D’ANSIA: Panico, Fobia Sociale, DOC, Ansia Generalizzata, Disturbo Post-Traumatico da Stress

Contrariamente a quanto ci si possa aspettare l’ansia non è solo un limite o disturbo. Tale concetto apparirà bizzarro o quantomeno contrastante rispetto al senso comune, tuttavia è lecito affermare che l’ansia non è di per sé un fenomeno anormale, bensì un’emozione di base che comporta uno stato di attivazione dell’organismo che si mobilita quando una situazione viene percepita soggettivamente come pericolosa. Gli effetti prodotti dall’ansia sul corpo: aumento della frequenza del respiro, tachicardia, aumento della contrazione muscolare, della sudorazione ecc. creano di fatto le condizioni più favorevoli per attuare l’esplorazione dell’ambiente nella ricerca di spiegazioni, rassicurazioni e vie di fuga. Ipotizzando, infatti, di trovarsi in una situazione di reale pericolo, l’organismo in ansia ha bisogno della massima energia muscolare a disposizione, per poter scappare o attaccare in modo più efficace possibile, per evitare il pericolo e garantirsi la sopravvivenza. Siamo dunque in presenza di un disturbo d’ansia solo quando l’attivazione dell’ansia è eccessiva, ingiustificata e sproporzionata rispetto alle situazioni, tale da comprometterne la capacità di affrontare anche le situazioni più comuni, abbassando di conseguenza la qualità di vita. Esistono diverse tipologie di disturbo ansioso, (Panico, Fobia Sociale, Specifica, Ansia Generalizzata, PTSD ecc.) accomunate però dalla paura e preoccupazione persistenti in situazioni in cui la maggior parte delle persone non si sentirebbe minacciata e in pericolo.

Disturbo di Panico

Tra i disturbi più comuni troviamo il Disturbo di Panico con o senza Agorafobia.
Chi ha sperimentato anche un solo attacco lo descrive come un’esperienza terribile, spesso improvvisa ed inaspettata.
Il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM -IV-TR) descrive le caratteristiche di un Attacco di Panico come segue.
Un periodo preciso di paura o disagio intensi, durante il quale quattro o più dei seguenti sintomi si sono sviluppati improvvisamente ed hanno raggiunto il picco nel giro di 10 minuti:
1. palpitazioni, cardiopalmo o tachicardia
2. sudorazione
3. tremori fini o a grandi scosse
4. dispnea o sensazione di soffocamento
5. sensazione di asfissia
6. dolore o fastidio al petto
7. nausea o disturbi addominali
8. sensazioni di sbandamento, di instabilità, di testa leggera o di svenimento
9. derealizzazione (sensazione di irrealtà) o depersonalizzazione (essere staccati da se stessi)
10. paura di perdere il controllo o di impazzire
11. paura di morire
12. parestesie (sensazioni di torpore o formicolio)
13. brividi o vampate di calore

Come si può facilmente intuire leggendo sopra, questa catena di sintomi generano inevitabilmente nel soggetto che lo ha sperimentato la paura di poter avere un nuovo attacco. Il singolo episodio, quindi, sfocia facilmente in un vero e proprio disturbo di panico, principalmente per “paura della paura“.
Quando, infatti, gli attacchi sono ricorrenti e ad essi segue un mese o più di preoccupazioni persistenti di avere altri attacchi, e di andare incontro a conseguenze sfavorevoli ( come paura di impazzire, di avere un attacco cardiaco ecc) accompagnate da una significativa alterazione del comportamento (l’impossibilità di uscire di casa da soli, viaggiare in treno, autobus o guidare l’auto, stare in mezzo alla folla o in coda, ecc), si può parlare di vero e proprio disturbo di panico.
Chi ne soffre è dunque costretto a far fronte a questa emergenza attraverso strategie specifiche che in genere si suddividono in due tipologie:

  • Comportamenti di Evitamento (evitare luoghi chiusi, non usare la macchina o mezzi pubblici, evitare sforzi fisici)
  • Comportamenti Protettivi (uscire solo se accompagnati, portarsi dietro i farmaci, controllare le vie d’uscita)

La persona si trova rapidamente intrappolata in un tremendo circolo vizioso dove la qualità della vita sarà notevolmente compromessa e in cui le proprie convizioni  non verranno mai disconfermate finendo così per rafforzarsi.

Come intervenire?
Come prima cosa occorre far luce sul problema cercando di individuare quali sono gli elementi che mantengono e alimentano il circolo vizioso:  fattori scatenanti, minaccia percepita, sintomi somatici e cognitivi, interpretazioni che attribuisco a tali sintomi e infine quali sono i comportamenti di evitamento e protettivi messi in atto. Attraverso interventi di psicoeducazione si punterà ad accrescere la consapevolezza di ciò che accade, mentre l’individuazione di tutte le componenti che detrminano il circolo vizioso (fattori scatenanti, sintomi, attbuzioni, comportamento di evitamento e protettivi) consentirà di fare maggiore chiarezza su ciò che accade creando la possibilità di apprendere pensieri e comportamenti alternativi da attuare nelle situazioni problematiche.  In questa fase si agisce prevalentemente con l’obiettivo di ristrutturare i pensieri individuati alla base del disturbo secondo gli assunti della terapia cognitivo-comportamentale secondo la quale:  l’attività cognitiva influenza il comportamento e dunque un cambiamento del mio modo di pensare influenzerà positivamente anche il comportamento. Questa prima parte del lavoro comporta già talvolta un miglioramento della sintomatologia.

Fobia Sociale
La Fobia Sociale nel Manuale Statistico e Diagnostico dei Disturbi Mentali (DSM-IV) è definita come “una marcata e persistente paura di trovarsi in situazioni o di compiere delle prestazioni pubbliche dove l’individuo può provare imbarazzo”. Affinché possa essere considerata un disturbo, l’esposizione deve provocare immediatamente un aumento di ansia e paura tali da interferire significativamente con la routine quotidiana (lavoro, vita sociale). Le situazioni sociali sono generalmente evitate o vissute con particolare timore e precedute da una forte ansia anticipatoria fino, in alcuni casi, a sfociare in attacchi di panico. I fobici sociali sono preoccupati di mostrare il proprio imbarazzo e temono che gli altri possano giudicarli stupidi, deboli, ansiosi o strani. Le paure possono essere di diversi tipi: di arrossire, di tremare, di non articolare bene le frasi durante una conversazione, di non essere in grado di dire cose interessanti, di parlare in pubblico…. Nel DSM-IV è previsto anche un sottotipo di Fobia Sociale definito generalizzato, quando le paure risultano estese alla maggior parte delle situazioni sociali.
L’aspetto centrale di questo disturbo è rappresentato dalla paura del giudizio altrui: il fobico sociale è infatti convinto che il suo comportamento sarà giudicato negativamente e che per questo sarà escluso e rifiutato, con la conseguente perdita di stima di sé. Questo fa si che il fobico sociale sia mosso dal forte desiderio di dare un ottima impressione di sé agli altri, con il conseguente aumento di ansia, insicurezza e incertezza. Oltre a temere il giudizio altrui è lui stesso preoccupato dalla stato d’ansia provato, quindi i sintomi ad essa associati (somatici, cognitivi, comportamentali ed emotivi) vengono essi stessi considerati “pericolosi” perché ritenuti la prova evidente della loro incapacità e/o debolezza. Per evitare le conseguenze temute vengono utilizzati comportamenti protettivi che non solo possono portare ad un aggravamento del sintomo (ad es. se ha paura di tremare mentre impugno un bicchiere tenderà a stringerlo più saldamente rendendo di fatto il movimento più impacciato) o ad una interferenza con la prestazione (ad es. ripetere mentalmente quello che voglio dire rende più complicata la conversazione), ma addirittura possono farlo apparire più goffo e meno amichevole e disponibile di quanto non sia in realtà.
E’ evidente che i pensieri negativi su di sé e i comportamenti protettivi messi atto intrappolano il fobico sociale all’interno di un circolo vizioso in cui diventa molto complicato trovare una possibilità di risoluzione. Pertanto il primo obiettivo della terapia è di fare chiarezza sul sintomo e il suo manifestarsi, per ricostruire con precisione ciò che avviene e iniziare a prenderne le distanze attraverso l’impiego di specifiche tecniche del repertorio cognitivo-comportamentale ( esposizione ad una reale percezione di sè, identificazione degli errori di pensiero..). In parallelo si lavorerà sull’importanza del giudizio altrui per arrivare a conseguire una maggior fiducia e sicurezza di sé anche attraverso una lettura più approfondita e accurata degli aspetti emotivi.

Disturbo Ossessivo-Compulsivo (DOC)
L’aspetto fondamentale di questo disturbo è dato dalla presenza di ossessioni e comportamenti compulsavi di una durata considerevole (più di un ora al giorno) che generano forte disagio e sofferenza (DSM-IV). Le ossessioni sono rappresentate da pensieri, impulsi o immagini ricorrenti che si presentano frequentemente e senza una motivazione adeguata alla coscienza dell’individuo, che pertanto tenta di ignorare o sopprimere con altri pensieri o azioni. Tipicamente le ossessioni possono riguardare: la paura del contagio (“ho toccato qualcosa di infetto”), il dubbio (“avrò chiuso il gas?”), impulsi aggressivi (picchiare qualcuno o fargli del male, bestemmiare in chiesa) e fantasie sessuali (idee riccorrenti a sfondo sessuale e pornografico). Le compulsioni sono invece comportamenti ripetitivi (lavarsi le mani, riordinare..) o azioni mentali (contare, pregare, ripetere parole…)che hanno lo scopo di prevenire o alleviare l’ansia o il disagio generate dalle ossessioni. Perché possa essere fatta la diagnosi in qualche momento nel corso del disturbo, la persona deve avere riconosciuto le ossessioni o le compulsioni come eccessive e irragionevoli.
Come per gli altri disturbi d’ansia descritti il primo passo nel trattamento è quello di mettere a fuoco tutti gli elementi che fanno parte del disturbo per poi agire attraverso l’impiego di specifiche tecniche del repertorio cognitivo e comportamentale ad una loro modificazione. Tecniche cognitive per riconoscere e regolare i meccanismi che sono alla base del mantenimento del disturbo: registrazione dei pensieri disfunzionali e loro ristrutturazione per favorire il distacco pensiero-azione  e pensiero-situazione tipici del DOC; tecniche comportamentali: esposizione e prevenzione della risposta per ridurre la sintomatologia. Esistono di fatto ricerche che dimostrano come la terapia cognitivo-comportamentale sia il trattamento più indicato per chi soffre di questo disturbo.

Disturbo da Ansia Generalizzata (DAG)
La caratteristica principale dell’ansia generalizzata è il processo di rimuginazione definito dal DSM-IV, come la manifestazione di eccessiva ansia e preoccupazione che si protrae per un periodo di tempo non inferiore ai sei mesi. Chi ne soffre dovrebbe incontrare forti difficoltà ad interrompere il rimuginio e riferire almeno 3 dei seguenti sintomi:
– Mancanza di riposo o sensazione di irascibilità
– Facile affaticamento
– Difficoltà di concentrazione
– Irritabilità
– Tensione muscolare
– Alterazione del ritmo sonno-veglia (difficoltà ad addormentarsi, insonnia o sonno agitato)
In genere chi ne soffre riferisce sensazioni di ansia o apprensione associate ad una generale incapacità di rilassarsi o a sintomi come esaurimento muscolare e irritabilità.
Le preoccupazioni possono riguardare qualsiasi aspetto della vita quotidiana: lavoro, amicizie, problemi economici, la propria salute o quella dei familiari, possibili incidenti ecc. e l’oggetto delle preoccupazioni può cambiare anche frequentemente. Il rimugino viene utilizzato proprio come tentativo di placare l’ansia ma in realtà risulta di fatto essere una strategia fallimentare perché di fatto mantiene e incrementa lo stato ansioso. Come per gli altri disturbi d’ansia vengono in genere messe in atto delle strategie per contrastare l’elevato livello di attivazione: la persona tenta di distrarsi e pensare ad altro, evita tutte le situazioni che potrebbero attivarle la preoccupazione (ad es. non legge i giornali per non apprendere notizie che potrebbero preoccuparla), cerca continue rassicurazioni. Tutte queste strategie aiutano a placare lo stato d’ansia nel breve termine, ma risultano dannose nel lungo termine sia perché  evitare alcuni comportamenti o situazioni finisce con l’impoverire la qualità di vita della persona, sia perchè senza sperimentare  comportamenti alternativi e senza verificare realmente le conseguenze dei propri pensieri e comportamenti si finisce per rimanere intrappolati nel circolo vizioso che va man mano strutturandosi.

Alcune affermazioni tipiche: “Non riesco a non preoccuparmi!”, “Non sono capace di smettere di angosciarmi!”, “sto perdendo il controllo sulle mie preoccupazioni”

Disturbo Post Traumatico da Stress (PTSD) e EMDR
I criteri che definisco questo disturbo secondo il DSM-IV prevedono che la persona ha provato, assistito o si è trovata di fronte ad un evento che ha implicato la morte, o minaccia di morte, o gravi lesioni, o una minaccia alla propria integrità fisica o a quella degli altri, reagendo con una risposta di paura intensa, sentimenti di impotenza o di orrore. L’evento traumatico viene successivamente rivissuto in maniera persistente attraverso ricordi spiacevoli, sogni, flashback, reazioni psicologiche o fisiologiche intense di fronte a stimoli che simbolizzano o assomigliano a qualche aspetto dell’evento traumatico. In seguito all’evento si verificano sintomi non presenti prima del trauma: difficoltà del sonno, irritabilità, difficoltà a concentrarsi, ipervigilanza ed esagerate risposte di allarme. La persona tende ad evitare gli stimolo associati al trauma attraverso una serie di sforzi e difese come incapacità di ricordare qualche aspetto importante del trauma, distacco e estraneità nei confronti degli altri, affettività ridotta, sforzi per evitare pensieri, conversazioni, luoghi o persone che evochino ricordi del trauma.
Questo disturbo può essere affrontato attraverso un percorso psicoterapico tradizionale o attraverso una tecnica psicoterapica di breve durata e innovativa l’EMDR (Eye Movement Desensitization Reprocessing). Questa tecnica prevede l’elaborazione dell’evento traumatico attraverso i movimenti oculari e permette alla persona di elaborare l’evento traumatico affinché veda il ricordo lontano, distante, modificando le cognizioni negative su di sé, incorporando emozioni adeguate alla situazione ed eliminando le sensazioni fisiche disturbanti. Dopo il lavoro con EMDR l’evento o l’esperienza vengono ancora ricordati ma con la differenza che ora vengono percepiti come eventi del passato raggiungendo una visione più matura e funzionale dell’evento. La tecnica EMDR è considerata una delle tecniche più efficaci per il trattamento del PTSD e senza dubbio quella che consente di raggiungere risultati in un tempo breve.
La tecnica può essere opportunamente applicata anche nel corso di una tradizionale terapia ed essere applicata anche a disturbi diversi dal PTSD.

Per maggiori informazioni sulla tecnica consultare il sito www.emdritalia.it

CONSIDERAZIONI GENERALI SUL TRATTAMENTO

In particolare nel trattamento dei disturbi d’ansia la terapia cognitivo-comportamentale conduce a risultati di indubbia efficacia, consentendo in un periodo di tempo limitato una significativa riduzione della sintomatologia riportata. Questa è la ragione per cui in presenza di un disturbo dello spettro ansioso e anche dell’umore, la strategia terapeutica che adotto nelle prima fase del lavoro prevede essenzialmente l’utilizzo di strategie cognitivo-comportamentali.Tuttavia, nella mia esperienza, capita talvolta che sebbene ci sia una diminuzione talvolta anche notevole della sintomatologia iniziale, alcune persone riferiscano di sentirsi meglio ma di non vivere comunque una “vita felice”, mentre altre in assenza del sintomo si trovano spaesate e sorprendentemente “dispiaciute” a volte fino al punto di abbandonare la terapia sebbene stia producendo risultati positivi. In realtà questo atteggiamento non è affatto bizzarro, ma riflette l’importanza e la funzione che il sintomo riveste: in poche parole se ho strutturato quel tipo di sintomo probabilmente “mi serve a qualcosa”, “fa qualcosa di buono per me” dunque la semplice eliminazione può non essere sufficiente per ripristinare l’equilibrio e addirittura potrebbe non essere auspicabile per la persona. Infatti occorre tenere presente che per fare “un passo avanti” occorre talvolta, anche solo per un attimo, perdere l’equilibrio, fare un “passo indietro”, capire la funzione del sintomo nel tentativo di trovare una strategia più adattiva per affrontare le difficoltà. In questo modo, nel corso del trattamento, il sintomo sarà man mano sostituito da modalità più funzionali grazie ad un progressivo aumento di consapevolezza.
In questa ottica, propria della terapia costruttivista il sintomo può essere considerato una “metafora incompiuta di un area emozionale non adeguatamente esplorata” [cit.] e per questo occorre agire più in profondità cercando di prestare maggiore attenzione agli aspetti emotivi al fine di favorire una lettura diversa alla loro attivazione e nel contempo riconoscere e collegare le emozioni ai contesti relazionali. Questo tipo lavoro consente un cambiamento più profondo e duraturo rappresentando nel contempo un fattore di prevenzione delle ricadute. Tale considerazione può essere ritenuta valida per affrontare qualsiasi tipologia di disturbo.